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Narcisismo e cultura del nulla. Il romanzo di Silvia Avallone racconta i mali di oggi

Un'amicizia romanzo di Silvia Avallone
Silvia Avallone fotografata da Gabriele Galimberti alla Biblioteca Braidense di Milano

Per parlare di Un’amicizia, il suo nuovo romanzo sul contrasto tra la parola e il mondo che ruota attorno all’immagine, oggi Silvia Avallone è comparsa, sulla copertina di Sette, il magazine del giovedì del Corriere della Sera, ritratta da Gabriele Galimberti fra i volumi antichi della Biblioteca Braidense di Milano. E non è un caso: la sua nuova opera, della quale parla a Antonio Polito, è infatti un “atto d’amore” alla cultura.

Elisa

Un’amicizia, il romanzo di Silvia Avallone, racconta la storia di due giovani donne del nostro tempo, unite da un blog: “Eli&Bea”. Elisa è una giovane aspirante scrittrice che ama la cultura e, soprattutto, le parole quali “espressioni di un concetto”. Parole che, scrivendo, sceglie maniacalmente rifugiandosi in questa ossessione per sfuggire alla solitudine, a una città per tanti versi sconosciuta, e a brutti ricordi legati alla famiglia. Godendo del sottile gusto voyeuristico della parola al punto da renderla l’essenza del suo rapporto con un uomo che ama ma da cui è lontana; con cui comunica, di notte, via sms. Una donna che considera un libro suo “unico posto sicuro” al punto da definire il web intero, per contrapposizione, con il titolo di uno di un romanzo di Elsa Morante da cui non si separa mai. “Menzogna e sortilegio”. Senza all’inizio rendersi conto che entrambi i termini potrebbero essere a pieno titolo caratteristiche della creazione narrativa a lei tanto cara.

Beatrice

Bella e protagonista, Beatrice è una influencer. Una vera e propria superstar del web con milioni di followers in tutto il mondo. Per lei la vita è raccontarsi, mostrarsi, rappresentarsi, senza troppi scrupoli di verità, e senza tante remore. Del resto una sua foto in topless vale milioni di like. Si appaga narcisisticamente di sé e del suo successo per esprimere la sua individualità e per distinguersi dalla colta amica; e per reazione a quel narcisismo che la madre incarna, ma di cui è vittima.

Un’amicizia, il nuovo romanzo di Silvia Avallone

Il nuovo romanzo di Silvia Avallone, a tre anni di distanza da Da dove la vita è perfetta, fa riflettere sul divario esistente tra la cultura del passato e quella digitale, tra la parola e l’immagine, tra due diverse forme di comunicazione e ai mondi loro sottesi. Ma invita a riflettere anche sulla donna e i suoi ruoli nella società, sui suoi rapporti interpersonali e familiari. Fino a trattare due problemi di grande attualità che stanno assumendo nel tempo i connotati di un’emergenza: la “cultura del nulla” di cui i social si alimentano. E quella, strettamente connessa, del narcisismo. Che va dalla smodata voglia di apparire (in genere per quello che non si è, come ben sottolinea Silvia Avallone), di ostentare. Addirittura d’influenzare a tutti i costi gli altri, trascurando la profonda offesa al rispetto altrui che già la sola intenzione esprime. Sempre che il tutto non sfoci in violenza verbale (e non solo).

La cultura del nulla e il narcisismo da patologia: un’altra pandemia

Facendo un “giro” sui social ci si rende conto dell’eccessiva inutilità che vi si trova: una valanga di immagini e “informazioni” che fiaccano qualunque mente dopo soli pochi minuti. Nella migliore ipotesi vi si può leggere una dilagante autoreferenzialità: del parlare cioè di sé per sé. Che poi è quanto accadrebbe una volta distesi sul lettino di uno psicanalista, o impegnati nella creazione narrativa. Ma almeno lì, per raccontarsi, si deve fare lo sforzo di articolare parole, quindi concetti. I social ci hanno invece educato al contrario. A una comunicazione pre-concettuale, perché poi l’immagine altro non è che un concetto in embrione. O tutt’al più a una comunicazione per meme e “aforismi”. E questo meccanismo, trovando terreno fertile in molti, ha preso piede.

Dall’autoreferenzialità al narcisismo

Stesso vale per il narcisismo: tutti desideriamo un palcoscenico. Manca però purtroppo la cultura della qualità dello spettacolo che si offre se non si è “addetti ai lavori”. Ma non è solo questione di qualità; la quantità infatti dei consensi, dei like, può nel lungo periodo favorire vere e proprie manifestazioni di narcisismo patologico.  

La cultura della semplificazione

E come se non bastasse, i social in questi anni sono stati anche i canali di diffusione di una “cultura” della semplificazione, e di un’informazione che il più delle volte è stata disinformazione pura; con la pretesa di soppiantare i giornali per alcune fasce di popolazione. Basti pensare a fenomeni come il nuovo negazionismo. Che sarà pur nato da un meccanismo di difesa innato (quello di negare l’esistenza di ciò che non riusciamo a gestire). Ma da lì a farlo diventare un “movimento” politico una volta ce ne sarebbe voluto. Oggi non più. Sulle stesse “piattaforme sociali”, come apprendiamo dall’ottava pagina del Corriere che, sul suo magazine, ha raccolto l’intervista alla scrittrice, la dottoressa Adele di Costanzo, positiva al Covid-19, è stata insultata per aver voluto spiegare ai giovani che il virus non attacca soltanto gli anziani.

Molto meglio i social raccontati da Silvia Avallone nel suo romanzo Un’amicizia, in uscita martedì 11 novembre per i tipi della Rizzoli.

Antonio Facchin

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