Giornalismo libero: Il Fatto Quotidiano dà lezioni ma fa disinformazione

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Michele Anzaldi, Beppe Grillo e Marco Travaglio

Di Marco Zonetti

Millennium, corposo supplemento mensile al Fatto Quotidiano, dedica il numero in edicola sabato 11 settembre 2021 alla libertà di stampa, sostenendo l’assunto che quest’ultima sia libera ma non i giornalisti, poiché asserviti alla politica. Fra i vari articoli, anche una lunga disamina sulla Commissione di Vigilanza Rai, nel quale il caporedattore Mario Portanova deplora “il fiato dei partiti sul collo della Tv pubblica”, citando vari esempi di presunte ingerenze dei parlamentari sulla libertà del Servizio Radiotelevisivo di Stato.

Ergendosi sul pulpito per dare lezioni di giornalismo libero al prossimo, tuttavia, Millennium commette peccato di disinformazione nel riesumare una vicenda del 2015. Quando il Partito Democratico era al Governo con l’Esecutivo presieduto da Matteo Renzi (ora leader di Italia Viva), e il Segretario della Commissione di Vigilanza Rai Michele Anzaldi (riconfermato tale nel 2018 in quota Pd e poi Iv) era già “primatista assoluto in fatto di dichiarazioni, censore inesausto di coperture, scalette, minutaggi”, per citare Portanova.

Nel 2015, ferveva all’interno del Pd la dialettica che anteponeva il Segretario Renzi all’opposizione interna capeggiata da Pierluigi Bersani e Roberto Speranza, dialettica culminata nel 2017 con la scissione che diede origine a Liberi e Uguali. Nel 2015, tuttavia, due anni prima della diaspora, Bersani, Speranza, Gianni Cuperlo, Massimo D’Alema, Massimo D’Attorre e così via sedevano ancora stabilmente nel Pd, e di fatto al Governo del Paese. Eppure, avveniva qualcosa di peculiare al Tg3, allora diretto da Bianca Berlinguer (qualche tempo dopo ritenuta perfino come papabile nuovo segretario del Pd in chiave antirenziana). Il Tg3 concedeva agli esponenti della corrente avversa a Renzi molto dello spazio che andava invece assegnato all’opposizione, sottraendolo in primis allo stesso Movimento Cinque Stelle caro a Travaglio.

Quel M5s che invece a Ballarò, condotto da Massimo Giannini sulla Rai3 a guida Andrea Vianello prima di chiudere per sempre i battenti, faceva il bello e il cattivo tempo, con uno spazio abnorme dedicatogli, condiviso con le profusioni a non finire su dolori e lagnanze della cosiddetta “minoranza Pd”, quasi Bersani, Speranza, D’Alema & Co. non fossero stati parte dell’esecutivo. Il risultato era un perpetuo processo a Renzi officiato dagli avversari politici dell’opposizione, ovvero i grillini, e da esponenti dello stesso Partito Democratico. Un massacro.

A tal proposito Millennium riesuma un’intervista di Michele Anzaldi rilasciata al Corriere della Sera il 29 settembre 2015. “C’è un problema con Rai3 e con il Tg3”, diceva fra le altre cose il Segretario della Commissione di Vigilanza Rai. “Ed è un problema grande, ufficiale. Purtroppo non hanno seguito il percorso del Partito democratico: non si sono accorti che è stato eletto un nuovo segretario, Matteo Renzi, il quale poi è diventato anche premier“. E così “il Pd viene regolarmente maltrattato e l’attività del governo criticata come nemmeno ai tempi di Berlusconi” e “i nostri ministri non vogliono più andarci a Rai3”.

Investito da una gragnuola di repliche infuocate da parte di Sindacati, Sinistra e Libertà, USIGRai e M5s per quelle dichiarazioni, Anzaldi spiegava allo stesso Fatto Quotidiano: “Renzi è il segretario del Pd e il capo del governo e quelli di Rai3 sembrano non essersene accorti. Hanno artificiosamente creato due Pd, accreditando la minoranza come un partito e tagliando i tempi quasi fossimo pari”. Quindi citava i dati dell’Osservatorio di Pavia. “Ad agosto il Tg1 dà il 26% al Pd, il Tg2 il 21,4%, il Tg3 il 38%. Uno sproposito […] Per dare voce a Speranza, D’Attorre e compagni il Tg3 riduce quella del governo al 22,3% contro il 32,6% del Tg2 e il 34,7% del Tg3”, e precisava: “Tutto il tempo che regalano al Pd in versione opposizione lo drenano a quelle vere. Lo rubano anche al movimento di Grillo”. Che per questa difesa inaspettata all’epoca, anziché criticare aspramente l’On. Anzaldi paragonandolo addirittura a Goebbels, avrebbe dovuto regalargli “una cesta di cannoli siciliani. Anzi un’intera fabbrica”.

Quanto a Rai3, invece succedeva l’opposto. “Chiedo l’equilibrio, nulla in più” dichiarava sempre al Fatto il Segretario della Commissione di Vigilanza Rai. “Se fai un talk show come Ballarò in cui apri con lo scrittore Nicola Lagioia che dice che in Italia fa tutto schifo, poi segue un’intervista a Di Battista senza contraddittorio, e infine metti un Saviano deprimente, allora dico: tu mi vuoi ammazzare”.

L’On. Anzaldi sottolineò inoltre come al Tg3, subito dopo Renzi che era il Capo del Governo, il politico più presente fosse Roberto Speranza. Dati dell’Osservatorio di Pavia che fanno parte di un esposto pieno zeppo di cifre e documentazioni schiaccianti raccolte in un anno dallo stesso Segretario della Vigilanza Rai e presentato all’Agcom. La quale, tuttavia, non ha mai risposto.

Abbiamo chiesto delucidazioni al diretto interessato e Michele Anzaldi ci ha risposto: “In un mondo normale, la stampa – specie coloro che danno lezioni agli altri sul giornalismo libero – mi chiederebbe copia dell’esposto che all’epoca presentai all’Agcom senza ricevere alcun riscontro, anziché fare disinformazione sulla mia intervista al Corriere della Sera del 2015 attribuendo alle mie dichiarazioni un significato del tutto differente. Come avevo anche scritto in una lettera a Maurizio Molinari nel 2019, all’epoca Direttore del quotidiano La Stampa“. Lettera che pubblichiamo integralmente qui di seguito.

Gentile Direttore, nella recensione del libro di Carlo Verdelli Roma non perdona dello scorso 16 marzo, Mattia Feltri cita il titolo di una mia intervista al Corriere della sera del 29 settembre 2015, “Forse non sanno chi ha vinto”, e commenta: “Cioè non avevano capito che dovevano fottersene dei partiti, tranne uno, il Pd”. 

In realtà, come recitava il titolo di quella intervista e come era specificato all’interno, il riferimento non era alla Rai in generale, ma ad un caso specifico di ribaltamento della realtà che avveniva sistematicamente a Rai3, in particolare al Tg3 allora diretto da Bianca Berlinguer, dove lo spazio del Partito democratico veniva diviso a metà tra la maggioranza che aveva vinto il congresso con Matteo Renzi e la minoranza uscita sconfitta. La rappresentazione era in pratica di due partiti in uno, come se non ci fosse una legittima guida del partito ma la necessità di dare pari spazio sia a chi aveva vinto, sia a chi aveva perso.

La minoranza interna veniva fortemente sovrastimata (tempo che formalmente veniva assegnato al Pd), a danno dell’opposizione ufficiale, ovvero quella del Movimento 5 stelle. E’ chiaro che per il Pd avere un continuo controcanto interno era più dannoso di essere criticato dall’esterno. Su questo ho in seguito presentato un dettagliato e approfondito esposto all’Agcom, che non è stato mai valutato nel merito, né archiviato, per motivazioni che ancora oggi mi sfuggono. Un conto è dare notizia di eventuali dissensi dentro ad un partito, un conto è rappresentarlo sistematicamente come diviso a metà, rappresentazione smentita poi anche numericamente dopo la scissione, che ha interessato una parte molto ridotta dell’elettorato. Cordiali saluti

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